L'EVOLUZIONE DELLA NORMATIVA SULLA CRISI D'IMPRESA
- studiorusso4
- 3 mag 2022
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Questo ultimo periodo ha reso sempre più attuale l'esigenza di creare nuovi strumenti per la gestione della crisi d'impresa.
molte sono state le novità normative adottate in un periodo di grande crisi economica causata prima dalla pandemia e poi dalla guerra in Europa.
Negli ultimi mesi del 2021, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 23/10/2021 della Legge 147 che converte il Decreto 118/2021, il legislatore ha introdotto una serie di norme che si affiancano diventandone successivamente parte integrante al nuovo Codice della Crisi e dell'insolvenza.
Il provvedimento, che viene definito "misure urgenti in materia di crisi d'impresa e risanamento aziendale" non ha le caratteristiche proprie del decreto emergenziale.
Piuttosto si colloca in un contesto complesso e molto articolato che vorrebbe regolare le situazioni di crisi cercando di recepire le indicazioni fornite dalla comunità Europea attraverso la direttiva "insolvency".
L'unica emergenza vera è rappresentata dal rinvio dell'entrata in vigore del nuovo CCI che slitta e, a mio giudizio, continuerà a slittare.
La situazione attuale è figlia del tentativo in atto da anni di rendere efficiente un settore della giustizia italiana che ha aspetti veramente paradossali e che non giova al contesto economico complessivo.
La procedura fallimentare, oggi chiamata liquidazione giudiziale, dimostra di essere inadeguata e di nessuna utilità collettiva.
Se si analizzano i risultati delle liquidazioni fallimentari si scopre che ben poco è destinato alla soddisfazione dei creditori e che gli sforzi sono sempre più diretti a evidenziare le responsabilità dell'imprenditore che viene ritenuto responsabile del dissesto.
Si assiste ad un incremento esponenziale dei procedimenti penali che hanno per oggetto reati fallimentari che si sovrappongono alle numerose altre fattispecie previste dalle norme fiscali e dalle norme che regolano i rapporti con lo stato e gli altri enti pubblici.
Il nuovo Codice della Crisi e dell'insolvenza interviene anche su un argomento estremamente complesso che riguarda i rapporti tra le misure "ablative" (sequestri preventivi finalizzati alla confisca) e procedure concorsuali stabilendo la prevalenza di questi ultimi sull'interesse della massa dei creditori.
Il legislatore non ha avuto, a mio giudizio, il coraggio di intervenire sul complesso di norme che sanzionano i reati fallimentari lasciando sostanzialmente inalterate le norme della vecchia Legge Fallimentare ricorrendo all'introduzione di una serie di "meccanismi" premiali che, al verificarsi di talune condizioni, riducono le ipotesi di reato.
Purtroppo il quadro normativo italiano è completamente estraneo alla realtà.
Ignorare l'esistenza del rischio d'impresa che è insito in ogni intrapresa economica non aiuta ad affrontare dal corretto punto di vista le difficoltà che possono incontrare le imprese nel nostro contesto economico che non è di sicuro semplice e privo di complicazioni di ogni genere e tipo.
Gli aspetti giuridici e dottrinali sono sicuramente importanti ma rendo sterile il dibattito tra gli operatori specializzati.
L'approccio alla soluzione negoziale è stato reso sempre più complesso.
Volendo fare un esempio fra i tenti poco si comprende il limite del 20% di soddisfazione del ceto creditorio chirografario nel concordato liquidatorio.
Nella pratica i creditori devono rinunciare senza poter esprimere il loro parere una eventuale proposta che non soddisfi tale condizione.
La norma decide "ope legis" che il creditore trarrà maggiori benefici dalla "liquidazione giudiziale".
Si può affermare, senza timore di smentita, che tale condizione non si verifica mai.
Il maggiore vantaggio che ne trae il creditore è quello di portare completamente a perdite deducibili il proprio credito.
Se si procedesse ad un sondaggio tra gli imprenditori al fine di capire se hanno fiducia e sono convinti che le procedure fallimentari siano maggiormente soddisfacenti rispetto ad altre ipotesi, verificheremmo sul campo la pessima opinione che l'imprenditore in bonis ha delle procedure fallimentari.
L'imprenditore ha scarsissima fiducia negli organi preposti all'assistenza delle imprese in crisi considerando l'accesso ad uno strumento o ad una procedura concorsuale come una sorta di punizione. L'imprenditore associa la Legge Fallimentare o per meglio dire il nuovo codice della crisi e dell'insolvenza alla peggiore fine della sua avventura imprenditoriale.
Forse occorre porre maggiore attenzione a questo aspetto e sarebbe opportuno portare al di fuori dei consessi specialistici i confronti su questi argomenti informando maggiormente gli imprenditori al fine di sensibilizzare gli operatori economici in merito alla opportunità di ristrutturare le aziende al amnifestarsi dei primi sintomi dell'insolvenza.

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